Tony Arzenta (1973) di Duccio Tessari… visto da Davide Comotti. Un’appassionante crime-story italo-francese (con Alain Delon) in cui la spettacolarità si fonde abilmente con l’analisi psicologica dei personaggi:

Posted on 08/01/2012

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Nella collana “Oui, je suis Alain Delon” (edita dalla “01 Distribution”), un’altra pellicola particolarmente ghiotta per gli amanti del buon cinema è sicuramente Tony Arzenta (1973) di Duccio Tessari. Si tratta di una crime-story italo-francese, sia nella produzione, sia nello stile, trattandosi di un film che possiamo definire un perfetto ibrido fra il poliziesco italiano e il noir francese. Il Dvd è imperdibile non solo per la bellezza del film, ma anche perché è probabilmente la prima versione integrale dell’opera (108 minuti circa), finora presentata in varie versioni tagliate (ormai peraltro quasi introvabili).

Alain Delon interpreta Tony Arzenta, un siciliano trasferitosi a Milano che lavora come killer per una potentissima organizzazione malavitosa internazionale, con sedi a Milano, Parigi e Copenaghen. Stanco dell’attività e con una famiglia a cui pensare, vuole uscire dal giro: i capi della gang decidono allora di eliminarlo collocando una bomba nella sua auto, ma per un errore vengono uccisi sua moglie e suo figlio. Arzenta inizia quindi una spietata vendetta eliminando uno alla volta i boss dell’organizzazione, fino alla morte per colpa del tradimento di un amico.

Tony Arzenta è una produzione ad alto budget, come possiamo dedurre dalle location e dal cast internazionale. Girato, negli esterni, a Milano, Parigi e Copenaghen (ma, in alcune sequenze, anche a Monza e a Noto, un paese in provincia di Siracusa), può vantare una schiera di attori particolarmente illustri. Lo strepitoso Alain Delon, che si esibisce in un’interpretazione gelida, spietata e malinconica, deve fare i conti con alcuni boss della malavita che sono incarnati alla perfezione da Richard Conte (gangster per eccellenza del cinema italiano e americano), Lino Troisi, Roger Hanin e Anton Diffring. Conte e Troisi interpretano, rispettivamente, Nick Gusto e Rocco Cutitta, due tipici padrini siculo-milanesi; il francese Roger Hanin è il viscido Carrè, mentre il volto nordico di Anton Diffring è perfetto per il boss danese Hans Grunewald. Non dimentichiamo poi, nel ruolo dell’avvocato Isnelli (braccio destro di Richard Conte), il grande attore di cinema e teatro Umberto Orsini, che pochi anni prima aveva recitato nel sontuoso affresco decadente La caduta degli dei (1969) di Luchino Visconti. Alain Delon, nel compiere la sua vendetta, può contare solo sull’aiuto dell’amico Domenico Maggio (interpretato da Marc Porel, un altro grande attore francese) e di Sandra, ex amante del boss Carrè; nel ruolo di Sandra troviamo Carla Gravina, nota attrice italiana molto attiva sia nel cinema che nel teatro. Breve ma intensa, nei panni della moglie di Tony destinata a morire al posto suo, è l’interpretazione di Nicoletta Machiavelli. Da segnalare poi altri volti celebri del cinema italiano, in particolare Silvano Tranquilli, Corrado Gaipa e Guido Alberti: sono, rispettivamente, l’agente Montani dell’Interpol, il padre di Tony Arzenta e don Mariano (parroco amico della famiglia di Tony). Infine, è doveroso ricordare un altro attore cinematografico e teatrale, Giancarlo Sbragia, che interpreta Luca Dennino, un piccolo boss che per scalare il vertice della malavita non esita a tradire l’amico Arzenta, uccidendolo nel triste finale su incarico di Nick Gusto.

Una conclusione pienamente in sintonia con l’atmosfera che permea l’intero film: tutte le città in cui Arzenta si muove (ad eccezione del suo paese natale in Sicilia, caratterizzato comunque da una profonda tristezza) sono infatti rappresentate in maniera grigia e cupa, grazie anche all’ottima fotografia di Silvano Ippoliti. Proprio questo clima opprimente, che fa da perfetto contrappunto alla solitudine e alla rabbia del protagonista, è uno dei tratti che rendono Tony Arzenta simile a molti polar francesi. Ma il film in questione è una crime-story molto sui generis, e non lesina affatto sull’azione e sulla spettacolarità (elemento tipico del poliziesco italiano), connotandolo come un ibrido decisamente riuscito e interessante.

Fra le sequenze d’azione, bisogna ricordarne soprattutto due: l’agguato ad Alain Delon fuori dal cimitero milanese, con un conseguente inseguimento da vero e proprio “poliziottesco”, dalle strade di Milano fino alle nebbie della pianura; la trappola, ancora ai danni del protagonista, nella piazza di Copenaghen, in cui Delon si trova in mezzo al fuoco incrociato dei killer e riesce non solo a salvarsi, ma anche a ribaltare la situazione uccidendo i sicari in un altro bellissimo inseguimento nelle gelide strade danesi, inseguimento che si conclude con l’uccisione del boss Grunewald davanti al suo albergo. Da rilevare è anche il fatto che, in molte sequenze d’azione, Alain Delon agisce senza controfigura, e questo è senza dubbio un valore aggiunto alla sua interpretazione: un po’ come avveniva, nel poliziesco puramente italiano, con il “commissario di ferro” Maurizio Merli. E proprio Merli, nel 1980, sarà protagonista di un bellissimo noir poliziesco che è il vero e proprio “canto del cigno” del poliziesco all’italiana: Poliziotto, solitudine e rabbia (diretto da Stelvio Massi), la cui ambientazione internazionale (fra Venezia e Berlino), il clima grigio e la solitudine del protagonista richiamano, in parte, l’atmosfera di Tony Arzenta.

Un altro elemento che accomuna il film in questione al poliziesco italiano è la violenza mostrata in alcune scene: ricordiamo, per esempio, l’esecuzione in treno di Roger Hanin, il quale viene freddato da Alain Delon a colpi di pistola, e il suo cadavere finisce per sporgere dal finestrino ed essere martoriato dai piloni di ferro che incontra il treno in corsa; oppure l’uccisione di Marc Porel nel cimitero d’auto, stritolato nell’automobile da un gancio meccanico; oppure ancora il crudele pestaggio dei killer ai danni di Carla Gravina per farsi rivelare il nascondiglio di Arzenta.

Ma la violenza è costantemente dosata con l’analisi psicologica dei personaggi (elemento niente affatto scontato in un film di questo tipo), tutti più o meno “perdenti” o meschini. A cominciare da Tony Arzenta, un killer desideroso di cambiare vita ma costretto suo malgrado a percorrere di nuovo il sentiero della violenza (topos del noir e del poliziesco): quando ormai sta per portare a termine la sua vendetta, capisce che essa non è servita a niente, e accetta la falsa proposta di pace del boss Nick Gusto, per poi essere ucciso proprio da uno dei suoi pochi amici. Così come “perdenti” loro malgrado risultano essere Domenico Maggio (costretto a rivelare sotto tortura il nascondiglio di Tony e poi ucciso barbaramente) e Sandra (la quale aveva trovato una nuova serenità con Arzenta e se lo vede uccidere sotto gli occhi). Tutti i nemici del protagonista sono rappresentati con un forte grado di meschinità, cattiveria e cinismo: anche Richard Conte, l’unico che sembrava avere una qualche residua legge “d’onore”, si rivela essere non da meno dei suoi compari, così come il boss rampante interpretato da Giancarlo Sbragia, che accetta di uccidere l’amico Tony Arzenta pur di ottenere un ruolo importante nell’organizzazione.

L’atmosfera del film è resa alla perfezione anche dalla colonna sonora di Gianni Ferrio, triste, malinconica e caratterizzata da una sonorità quasi jazz: uno stile musicale che evidentemente piaceva molto al musicista, tanto da inserirlo anche in un altro poliziesco (Milano…difendersi o morire, un piccolo grande cult da rivalutare) e addirittura in un western (l’ottimo e crudele Mi chiamavano Requiescat…ma avevano sbagliato).

Da parte sua, Duccio Tessari sfoggia tutta la sua abilità registica costruendo una vicenda solida e garantendo una costante fluidità narrativa, come tipico del suo stile: è doveroso ricordarlo almeno per due film fondamentali per la nascita del western italiano, ossia Una pistola per Ringo e Il ritorno di Ringo, entrambi del 1965 ed entrambi con Giuliano Gemma. Anche le sequenze d’azione risultano essere dirette in maniera impeccabile, e il ritmo della vicenda è mantenuto in un costante equilibrio fra spettacolarità e introspezione psicologica.

Tony Arzenta non è comunque un “poliziesco” nel senso pieno del termine, come dimostra il fatto che la polizia è quasi del tutto assente: viene perlopiù solo nominata, e l’unico rappresentante della legge che vediamo (per pochi minuti) è Montani, un agente dell’Interpol interpretato da Silvano Tranquilli. La polizia, in questo caso, non cerca di fermare la vendetta di Tony, in quanto il suo repulisti all’interno della malavita fa comodo anche ai tutori dell’ordine. Arzenta non accetta però di collaborare con la giustizia, come gli aveva proposto Montani.

Alain Delon, indiscusso protagonista della vicenda, incarna infatti un killer “vecchio stile”, con un suo preciso “codice d’onore”. Dopo l’uccisione della moglie e del figlio, il suo unico scopo è la vendetta, e la glacialità con cui agisce nelle esecuzioni contrasta (volutamente) con i suoi sentimenti e con la sua complessa psicologia: solo (o quasi) contro tutti, si muove da Milano a Parigi a Copenaghen colpendo sia i killer che i boss, implacabile e imperturbabile, senza che nessuno riesca a fermarlo. La vendetta di Tony Arzenta non si risolve però in qualcosa di catartico: il tanto atteso redde rationem finale con Nick Gusto, l’unico boss rimasto in vita, non avviene, e sotto il tiepido sole della Sicilia si compie l’ultimo atto della tragedia di quest’uomo.

Davide Comotti – Bergamasco, classe 1985, dimostra interesse per il cinema fin da piccolo. Nel 2004, si iscrive al corso di laurea in Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Bergamo (laurea che conseguirà nel 2008): durante gli studi universitari, ha modo di approfondire la sua passione tramite esami di storia, critica e tecniche del cinema e laboratori di critica e regia cinematografica. Diventa cultore sia del cinema d’autore (in particolare, quello di Luchino Visconti e Werner Herzog), sia soprattutto del cinema di genere italiano (Fernando Di Leo, Sergio Corbucci, Demofilo Fidani, Lucio Fulci, solo per citare i principali) e del cinema indipendente di Roger A. Fratter. Appassionato e studioso soprattutto del western all’italiana, mostra grande interesse anche per altri generi italiani, in particolare il poliziesco e il thriller. Si occupa inoltre dell’analisi di film rari e di problemi legati alla tradizione e alle differenti versioni di tali film.

davide.comotti@gmail.com

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